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Timbuctù, processo storico all’Aja per la distruzione dei mausolei

Distruzione dei mausolei di Timbuctù a Mali: per la prima volta nella storia, in questa settimana, la Corte penale internazionale dell’Aja sarà chiamata a giudicare un imputato jihadista accusato di “crimini di guerra” per la distruzione di monumenti a carattere storico e religioso“.

Timbuctù mausoleo
Timbuctù mausoleo

Troppe volte  beni unici  e dal valore inestimabile sono andati perduti  sotto la furia iconoclasta  del fanatismo islamico. Un vero e proprio sfregio alla storia. E, da quando i bombardamenti dei talebani hanno sbriciolato i Buddha di Bamiyan, l’elenco dei tesori perduti per sempre si allunga ogni anno: si pensi alla distruzione dei tesori di Nimrud in Iraq o del sito archeologico di Palmira in Siria ad opera dei miliziani dell’Isis. Ma mai queste azioni erano state qualificate come crimini di guerra o perseguite da una Corte internazionale.

Il processo che ha preso avvio il 22 agosto 2016 all’Aja, destinato a concludersi con sentenza entro questo mese, potrebbe segnare la storia, sancendo la prima condanna per crimini culturali intesi come crimini di guerra, assicurando un minimo di giustizia ai mausolei di Timbctù distrutti dai jihadisti nel Mali.

Al Mahdi e i mausolei di Timbuctù

Il processo storico all’Aja vede sul banco degli imputati il jihadista Ahmad Al Faqi Al Mahdi, alias Abu Tourab, insegnante quarantenne di Mali studioso della legge islamica che nel 2012 era a capo della brigata maliana di Al Quaeda chiamata Ansar Dine.

Il capo del gruppo di jihadisti maliani è accusato di aver di aver ordinato la devastazione di nove mausolei e della porta della moschea di Sidi Yahia a Timbuctù, nel Mali, attraverso una serie di attacchi attuati tra il 30 giugno e l’11 luglio 2012.

Timbuctù è un’antica città del Mali, dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco, i cui monumenti e i mausolei distrutti, oltre al valore artistico, erano espressione della tradizione religiosa locale e della cultura del popolo malese.

Al Mahdi è stato consegnato alla Corte dell’Aia dal governo del Niger per essere sottoposto a processo per crimini culturali ai sensi dell’articolo 8.2, comma IX dello Statuto di Roma, istitutivo della Corte dell’Aja, che sancisce il reato di «dirigere intenzionalmente attacchi contro edifici dedicati al culto, all’educazione, all’arte, alla scienza o a scopi umanitari, a monumenti storici, (…) purché tali edifici non siano utilizzati per fini militari».

Mausolei di Timbuctù, il processo storico all’Aja

Mai nella storia i crimini culturali sono stati perseguiti e puniti come crimini di guerra; per i disastri accaduti in Siria, in Iraq e in Afghanistan, trattandosi di paesi non firmatari dello Statuto di Roma, la Corte dell’Aja non ha giurisdizione con la conseguenza che in tali paesi, ad oggi principali scenari di conflitti e guerre, le distruzioni del patrimonio culturale sono rimaste e rimarranno impunite.

Grazie alla ratifica del Mali dello Statuto di Roma, avvenuta nell’agosto del 2000, il massacro di Timbctù consente per la prima volta ad una Corte internazionale di esercitare la sua giurisdizione sui crimini di guerra ai danni del patrimonio culturale.

Sul banco dell’accusa, il procuratore Fatou Nesouda, propone una condanna a 30 anni di carcere e definisce l’azione guidata da Al Mahdi come un “assalto spietato contro la dignità e l’identità di intere popolazioni e contro la loro storia e religione”. Secondo l’accusa, Al Mahdi era colui che identificava i siti da distruggere e, procurando l’attrezzatura occorrente, ordinava ai seguaci di attuare gli assalti finalizzati alla distruzione dei monumenti. A conclusione del dibattimento, Fatou Nesouda ha concluso statuendo che “a nessuna persona che distrugge ciò che incarna l’anima e le radici di un popolo dovrebbe essere consentito di sfuggire alla giustizia”.

Sul banco degli imputati, l’unico accusato Al Mahdi, assistito dal suo difensore, ha compiuto un gesto mai compiuto prima all’Aia: confessando le sue responsabilità, si è dichiarato colpevole del crimine commesso e ha chiesto perdono, chiedendo di essere giudicato “come un figlio che ha smarrito la propria strada”.

A seguito dell’ammissione di colpevolezza, seguirà certamente sentenza di condanna, prevista all’esito del processo entro la settimana. Si tratterà solo di scoprire se la richiesta di perdono implorata dal jihadista Al Mahdi alla comunità di Mali servirà ad indurre i giudici dell’Aia a mitigare il trattamento sanzionatorio, con una condanna inferiore a quella teoricamente possibile pari a 30 anni.

Martina Scarabotta

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