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Tiziana Cantone, Facebook doveva rimuovere tutti i contenuti illegittimi

La vicenda giudiziaria che riguarda Tiziana Cantone, tanto in sede penale quanto in quella civile, non è ancora giunta al termine.

La tragica storia che ha visto protagonista la giovane trentunenne ha offerto un triste spaccato dell’evolversi del dato sociale e di come, nell’era di internet e dei social network, vi sia un’esposizione, o più correttamente, una sovraesposizione della vita del singolo individuo (ben oltre i quindici minuti di celebrità profetizzati da Warhol) che impongono il confronto con una dimensione quasi orwelliana.

Il caso

Dopo il suicidio avvenuto lo scorso 13 settembre a Mugnano, nel napoletano, in seguito alla diffusione non autorizzata in rete di alcuni video hard che la ritraevano, la battaglia legale intrapresa dalla ragazza per il ripristino di una “reputazione digitale integra” e non solo, non si è fermata ma è stata portata avanti dalla madre, Teresa Giglio, che sta cercando di tutelare la memoria della giovane e di garantirle “il diritto all’oblio” relativamente ai contenuti pregiudizievoli postati in rete.

Dal punto di vista penale, la procura di Napoli ha proceduto a richiedere l’archiviazione del fascicolo aperto a carico delle quattro persone accusate di aver diffuso i video in rete. Le indagini erano partite a seguito dell’esposto presentato dalla stessa Tiziana nel 2015. Secondo il procuratore aggiunto Fausto Zuccarelli e il sostituto procuratore Alessandro Milita non sussisterebbero i presupposti per poter esercitare l’azione penale per il reato di diffamazione. Resta invece ancora aperta l’inchiesta per istigazione al suicido.

L’ordinanza del Tribunale di Napoli

Al contrario, nel frattempo, sul piano civile, è da segnalare l’ordinanza emessa ieri dal Tribunale di Napoli Nord. Dopo che lo scorso 5 settembre il giudice Monica Marrazzo aveva ordinato a Facebook di procedere alla “immediata rimozione di ogni post o pubblicazione contente immagini o apprezzamenti”, l’hosting provider aveva presentato ricorso. In particolare Facebook Ireland lamentava che il giudice, avuto riguardo alle espressioni utilizzate nel provvedimento adottato, gli avrebbe addossato un generico obbligo di vigilanza che, anche secondo la normativa europea di riferimento, non gli competerebbe e che comunque risulterebbe impossibile da realizzare nella pratica.

Proprio a questo riguardo, il Tribunale ha preso posizione e ha dato ragione alla madre di Tiziana. In particolare il Collegio, presieduto da Marcello Sinisi, ha chiarito che l’hosting provider è tenuto a cancellare tutti i contenuti dannosi una volta appuratone il contenuto illegittimo e ciò a prescindere da un preciso ordine da parte dell’autorità giudiziaria o amministrativa.

Il Tribunale partenopeo ha dunque parzialmente rigettato il ricorso presentato da Facebook Ireland. Parzialmente in quanto, al contrario, lo ha accolto nella parte in cui i legali del gigante californiano sostenevano che non è possibile porre in capo all’hosting provider un generico obbligo di sorveglianza.

D’altronde, anche la stessa Corte di giustizia, nel noto caso Google Spain, con la quale, tra le altre cose, sono stati delineati i contenuti del diritto all’oblio così come conosciuto oggi, è stato evidenziato che pur potendosi configurare l’attività del provider, ovvero l’indicizzazione e la messa a disposizione in rete di informazioni, come trattamento dei dati personali, non è possibile né ipotizzabile imporre a carico dello stesso una generica supervisione rispetto a tutti i contenuti inseriti in rete. In questo caso, infatti, la Corte ha qualificato come trattamento dei dati un’attività che in prima battuta opera solo tramite automatismi secondo criteri di attinenza e popolarità e dunque ha addossato in capo al motore di ricerca, che non opera alcun filtro di tipo meritorio in sede di classificazione e riproposizione ai fruitori del servizio del materiale inserito, una responsabilità di tipo oggettivo. Tuttavia essendo irrealizzabile uno screening a priori su tutte le informazioni immesse nella rete ecco che si tratta, nei fatti, di una responsabilità attivabile unicamente ex post con la richiesta diretta al motore di ricerca di rimozione di quei contenuti in forza della sovranità personale sui propri dati sensibili ricalcato sul sistema statunitense che funziona secondo il meccanismo del notice and takedown.

Esattamente ciò che aveva tentato di fare Tiziana per far sì che venissero eliminati dalla rete i video lesivi che la riguardavano.

Soddisfazione espressa dall’avvocato della mamma di Tiziana, Andrea Orefice, che ha così commentato “pronuncia molto equilibrata perché introduce il principio, rigettando quanto asseriva Facebook, secondo cui un hosting provider, pur non avendo un generale obbligo di sorveglianza su tutto quanto viene pubblicato sui propri spazi, deve però rimuovere le informazioni illecite, quando arriva la segnalazione di un utente. È quanto avvenuto nel caso di Tiziana. E non deve attendere che il sia Garante della privacy oppure il giudice a ordinargliene la rimozione” (fonte per ordinanza ilfoglio).

Cristina Grieco

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