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Tra spaccio di stupefacenti e consumo di gruppo, il punto della Cassazione

Con l’interessante sentenza n°41346 del 2016 la Corte di Cassazione contribuisce a far chiarezza in ordine ai reati in materia di stupefacenti. Nella fattispecie, la Corte in particolare esclude la possibilità che la condotta dello spacciatore rientri nell’ipotesi non punibile di “consumo di gruppo”.

 Il caso

La Quarta Sezione Penale della Corte di Cassazione torna nuovamente ad occuparsi dell’ipotesi di “consumo di gruppo” di sostanze stupefacenti e ne specifica meglio limiti e contenuti. L’occasione è fornita dal ricorso presentato contro la sentenza emessa nell’Aprile del 2016 dalla Corte d’Appello di Campobasso, con la quale l’imputato  veniva condannato per il reato di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Il giudice di secondo grado aveva proceduto in questo modo ad una nuova qualificazione della condotta, mentre inizialmente il Tribunale di Isernia aveva ritenuto invece inquadrabile nella diversa fattispecie del “consumo di gruppo”, priva di rilevanza penale.

 L’ipotesi particolare del “consumo di gruppo”

La Cassazione si ritrova così a fare i conti con l’ambito di operatività di una ipotesi, quella del consumo di gruppo di sostanze stupefacenti, di vera e propria elaborazione giurisprudenziale, visto che essa è stata delineata dalla sentenza delle Sezioni Unite n°25401 del 2013.

Precisamente, vengono individuate in tal modo alcune condizioni, la cui presenza permette di escludere in pratica la riconducibilità ad uno dei reati previsti in particolare dall’art. 73 D.P.R. 309/1990 (Testo Unico Stupefacenti). Così, ogni sanzione penale è esclusa se nel gruppo l’acquirente sia al tempo stesso assuntore e compartecipe del gruppo medesimo, dal quale ( e cioè da mandanti dalla identità certa e che abbiano in maniera esplicita mostrato l’intenzione di servirsi di un compartecipe per l’acquisto) riceva fin da subito l’incarico di acquistare la droga, la quale poi dovrà essere oggetto di co-detenzione oltre che di utilizzo personale.

La fattispecie del consumo di gruppo nasceva per meglio sottolineare l’importante distinzione tra le condotte che caratterizzano il “ciclo della droga” ed il consumo che si pone a chiusura di quest’ultimo. Come è noto, la scelta del Legislatore è stata fin dal 1990 quella di tutelare ampiamente la molteplicità di beni giuridici coinvolti, e che vanno dalla salute all’ordine pubblico ed economico.

Ma al tempo stesso si è optato per l’irrilevanza penale del consumo di droga (pur con il riconoscimento di una sanzione amministrativa), in presenza di una serie di condizioni che Legislatore , tribunali e referendum negli anni hanno gradualmente individuato: dalla finalità di uso personale fino alla quantità massima detenibile. Nel frattempo la Corte di Cassazione  ha meglio specificato una serie di casi dove, pur al di fuori del consumo vero e proprio, la sanzione penale non era applicabile per assenza di offensività in concreto. E’ stato questo il caso della vendita di semi di canapa su Internet (Cass., sent. n° 6972/2012) , ma si ricorda anche il più recente esempio della singola piantina di marijuana coltivata in casa (Cass., sent. 40030/2016).

 La decisione della Corte

Nella sentenza in commento, la Suprema Corte riscontra proprio l’assenza di alcune delle condizioni proprie del consumo di gruppo. da un lato, si sottolinea infatti l’assenza di un gruppo ben determinato fin da subito -si è trattato invece di un incontro casuale tra tre soggetti- nonchè l’assenza di prova di “una loro manifesta volontà di procurarsi la sostanza per mezzo di uno dei compartecipi”. A ciò si aggiunga la circostanza per cui l’imputato aveva acquistato e detenuto solo per sè lo stupefacente, mancando quindi anche l’ulteriore requisito della co-detenzione.

Con questo ragionamento la Corte valorizza in particolare il rapporto intercorrente tra imputato e gli altri soggetti coinvolti, escludendo che possa parlarsi di vero e proprio gruppo. Al contrario, questi ultimi saranno da considerarsi “terzi”, e la destinazione ad essi dello stupefacente rientrerà nelle condotte di detenzione e spaccio punite ai sensi dell’art. 73 T.U. Stupefacenti.

 La rilevanza della condotta dello spacciatore

Sicuramente, la Corte di Cassazione esclude con tale pronuncia la possibilità per lo spacciatore di godere di una sorta di impunità attraverso la “scappatoia” del consumo di gruppo. Al tempo stesso però si ribadisce indirettamente  la centralità che un accertamento in concreto deve sempre conservare anche in presenza di reati come quelli in maniera di stupefacenti, soprattutto dove alto può essere il rischio altrimenti di arrivare ad una pena sproporzionata.

Proprio nella sentenza 41346, e proprio con riferimento alla condotta dello spacciatore e alla possibilità che la stessa si qualifichi come origine del grave reato della morte quale conseguenza non voluta di altro delitto (art. 586 c.p.), la Corte riafferma l’esigenza di un’attenta valutazione dell’elemento psicologico del reato, e quindi accertare  “…che la morte in concreto sia rimproverabile allo spacciatore…”, nonchè “…la violazione di una regola precauzionale ed un coefficiente di prevedibilità ed evitabilità in concreto del rischio per il bene della vita del soggetto che assume la sostanza”.

Con un opportuno bilanciamento, la Cassazione con tale pronuncia da un lato “conserva” la rilevanza penale della condotta dello spacciatore, ma dall’altro lato rispettando quei limiti in grado di assicurare una pena giusta e proporzionata.

Antonio Cimminiello

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