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Transessualismo: questione di identità e non di chirurgia

Transessualismo: il no delle Corti all’intervento chirurgico.

“Transessualismo” e “identità di genere” sono concetti difficili da definire, scivolosi. Spesso suscitano reazioni d’impulso, legate a letture emotive e alla sensibilità personale di ciascuno più che ad una serena e razionale valutazione delle situazioni coinvolte. transgender375_300

Ma di che parliamo quando parliamo di transessualismo? In sintesi, con questo termine si indica una asimmetria tra il genere biologico risultante dalla dichiarazione di nascita e quello percepito dall’individuo stesso  come singolo e nella vita di relazione.

L’espressione identità di genere indica invece la declinazione dell’identità sessuale, che l’ordinamento si impegna a tutelareTutti, infatti,  hanno diritto a un documento che riporti l’identità corrispondente al genere che si avverte come proprio. 

E cosa accade se qualcuno volesse correggere il genere indicato nel documento di identità, assecondando la propria percezione di sé? Per la rettificazione anagrafica del sesso è necessario sottoporsi a un intervento chirurgico?

 La normativa di riferimento

L’art. 1 della legge n.164/1982 (ora confluito nel d.lgs 150/2011) subordina la rettificazione anagrafica al passaggio in giudicato di una sentenza che attribuisca sesso diverso a seguito di intervenute modificazioni dei caratteri sessuali.

Il Tribunale di Trento ha sollevato questione di costituzionalità della norma ritenendo che essa implicasse la necessità di sottoporsi ad un intervento chirurgico  e che tale circostanza comprimesse il diritto all’identità di genere determinando una indebita ingerenza nelle scelte di vita privata (art 8 Cedu).

La posizione delle Corti

La Corte costituzionale (sentenza n.221/2015) ha chiarito che l’intervento chirurgico è solo uno dei possibili percorsi per l’affermazione della propria identità; questa può ben essere delineata attraverso cure ormonali, non essendo necessario il cambiamento dei caratteri sessuali primari.

Per la verità, anche la Corte di Cassazione (sentenza n.15138/2015) aveva già riconosciuto come non obbligatorio, ai fini della rettificazione del sesso nei registri dello stato civile, l’intervento chirurgico modificativo dei caratteri sessuali primari.

Entrambe le pronunce sottolineano quanto sia importante affidare al singolo la scelta delle modalità di realizzazione del percorso – fisico, ma anche psicologico – di affermazione di una nuova identità di genere. Requisito imprescindibile della rettificazione resta, tuttavia, il carattere irreversibile del mutamento.

La giurisprudenza ha sottolineato che l’interesse pubblico alla esatta identificazione di genere non può prevalere aprioristicamente sul diritto di autodeterminazione del singolo, di cui vanno dimostrati stabilità e benessere psico-fisico. Ove la modificazione chirurgica fosse considerata un passaggio obbligato, l’esplicazione dell’identità personale risulterebbe ingiustamente compressa, specie quando la stessa possa risolversi in un danno alla salute. 

Claudia Chiamparrone

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