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Trattativa Stato-Mafia, il gup: dai pm “suggestiva circolarità probatoria”. Il papello? “Una grossolana manipolazione”

Secondo il gup del Tribunale di Palermo Marina Petruzzella i pm del processo sulla cosiddetta Trattativa Stato-Mafia – quantomeno con riferimento al troncone che interessa l’ex ministro Calogero Mannino – hanno creato «una sorta di suggestiva circolarità probatoria» assolutamente inadeguata a reggere l’accusa. È quanto si legge nelle oltre cinquecento pagine di motivazione con cui il Gup argomenta le ragioni dell’assoluzione del vecchio leader Dc, ritenuto dal team guidato da Di Matteo e Teresi uno dei principali artefici dei presunti accordi fra Cosa nostra e alcuni esponenti delle istituzioni repubblicane.

È l’intero impianto accusatorio a essere messo in discussione. A partire dal famoso «papello» contenente le richieste di Cosa nostra allo Stato per fare cessare le stragi mafiose, reputato «frutto di una grossolana manipolazione» del figlio di Vito Ciancimino. La sentenza evidenzia infatti che «l’analisi integrale delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino ne ha rivelato l’assenza di coerenza eMannino ha reso palese la strumentalità del comportamento processuale». L’articolata motivazione, peraltro, non manca di sottolineare come «la gravità degli artifici adoperati per rendere credibili le sue sensazionali rivelazioni e giustificare le sue molteplici contraddizioni e per tenere sulla corda i pubblici ministeri, col postergare la promessa di consegnare loro il papello, carpirne così la considerazione e mantenere sempre alta su di sé l’attenzione generale, accompagnato nel suo luminoso cammino dalla stampa e dal potente mezzo televisivo, stuzzicati con altrettanta astuzia». Insomma, il figlio di don Vito evidentemente era un testimone non credibile. Punto. Dalla lettura delle registrazioni integrali degli interrogatori di Ciancimino jr. «salta agli occhi la sua forte suggestionabilità, con la tendenza ad assecondare la direzione data all’esame dai Pm, frammista a una propensione alla rappresentazione fantasiosa e spettacolare, e al contempo manipolatoria». È lo stesso «esame prospettico degli interrogatori» a consentire di mettere bene a fuoco le caratteristiche del suo interagire con gli inquirenti, «rivelandone anche la propensione a sfruttare a beneficio della propria immagine e notorietà mediatica la situazione processuale, attraverso un crescendo di rivelazioni sensazionali». Rivelazioni che, in ogni caso, si rivelano essere poco credibili e sgangherate: «Si sono pure esaminate le ragioni per ritenere il papello consegnato dal Ciancimino ai pm, su cui si fonda buona parte del costrutto accusatorio, frutto di una sua grossolana manipolazione: lo ha fornito solo in fotocopia senza dare di ciò alcuna motivazione plausibile, posto che la circostanza che si trovasse in cassaforte all’estero non avrebbe impedito la consegna dell’originale». Infatti, prosegue la sentenza «è evidente che le fotocopie, con l’uso di carte e inchiostri datati, impediscano l’accertamento delle e poche degli originali, oggetto della copiatura lo stesso Massimo Ciancimino ha invece fornito l’originale, e non la fotocopia, del post-it manoscritto a matita dal padre che recita “consegnato spontaneamente al colonnello dei carabinieri Mario Mori dei ROS”, attaccato alla fotocopia del papello; non ha voluto rivelare chi gli avesse spedito il papello dall’estero, come da lui sostenuto, né perché non potesse dirlo ai Pm; ha detto di non conoscere l’autore del papello». Peraltro, rimarca ancora il gup, «non si può non sottolineare come il castello accusatorio si sia fondato su documenti prodotti dal Massimo Ciancimino in semplice fotocopia e non in originale».

In sostanza, scrive il Gup, «nell’articolata ricostruzione del pm, elementi del contesto politico vengono caricati di valore dimostrativo di un complesso disegno sottostante – la trattativa con Cosa nostra – e delle mosse per la sua attuazione», quali ad esempio «l’adempimento dell’obbligazione relativa al 41 bis». Secondo la Procura, infatti, l’ammorbidimento del regime di carcere duro sarebbe stato alla base degli accordi – frutto anche della mediazione di Mannino – fra la mafia dei corleonesi e lo Stato. Ma gli elementi che secondo l’accusa avrebbero dovuto inchiodare l’ex ministro alle sue responsabilità di plenipotenziario nei rapporti con Cosa nostra risultano essere solo congetturali. Il giudiece Marina Petruzzella lo scrive a chiare lettere: «Non c’è qualcosa, come delle fonti orali o documentali che dimostrino il collegamento tra l’iniziativa dei Ros di interloquire con Vito Ciancimino e l’evento ipotizzato dall’accusa di un accordo tra Mannino e Cosa nostra, per salvarsi e attuare un programma politico favorevole a una trattativa, volta a condizionare, partecipando alla volontà ricattatoria stagista della mafia, le scelte del governo». Insomma, i magistrati della Procura di Palermo che hanno messo su il colossale processo sulla presunta trattativa Stato Mafia (condensandola nell’accusa di minaccia a corpo politico dello Stato) secondo il gup si sarebbero cimentati in una sorta di bricolage probatorio, limitato al “semplice assemblaggio e alla mera sommatoria degli elementi indiziari», seguendo un metodo che – come pure evidenziato dalla giurisprudenza di legittimità – «viola le regole della logica e del diritto nell’interpretazione dei risultati probatori». Pertanto, «allo stato degli atti appare improbabile, da un punto di vista processuale -che applica i canoni della gravità e della precisione indiziaria degli elementi di fatto su cui fondare un ragionamento probatorio- collegare il fatto che Mannino si raccomandasse con i Ros alla interlocuzione tra i Ros e Vito Ciancimino e alla scelta di sostituire Scotti col manniniano Nicola Mancino e con le dimissioni successive di Martelli». Piuttosto, conclude il gup, «è ragionevole ritenere che i descritti comportanti di Mannino con Guazzelli e con i Ros siano stati determinati dalla volontà di trovare una protezione speciale, approfittando certamente della sua pregressa conoscenza con Subranni e dei privilegi che gli derivavano dal suo ruolo di potente politico»

(Amer)

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