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Tre giorni di consegna, per non aver fatto le pulizie?

Tre giorni di consegna… per non aver fatto le pulizie?

Ci lasciò sgomenti quel campo di addestramento dei Marines di Parris Island, nella Carolina del Sud, dove diciassette giovani arruolati per la guerra del Vietnam, vennero addestrati duramente dal severissimo sergente istruttore Hartman che trattava le povere reclute come animali allo scopo di trasformarli in perfetti strumenti di morte, obbligandoli ad amare visceralmente il proprio fucile secondo i dettami del credo del fuciliere, ed appellandoli con insulti mortificanti e soprannomi ignobili. Ma quello era solamente un film.

Ciò che è successo ai giorni nostri e dalle nostre parti, malgrado non vi fossero il brillante “Joker” ed il goffo “Palla di Lardo” ha ugualmente qualcosa di conturbante.

Il fatto

La nostra protagonista, non è una recluta ma un caporal maggiore dell’Esercito Italiano, alla quale veniva inflitto un provvedimento disciplinare di tre giorni di consegna, in relazione ad un episodio avvenuto lo scorso mese di Maggio. La donna non accettava quello che ai suoi occhi era un ingiusto e smisurato provvedimento disciplinare e ricorreva, impugnandolo, al TAR.
In pratica alla soldatessa era stato comandato di effettuare, insieme ad altri commilitoni, le pulizie della palestra all’interno della caserma e, mentre svolgeva tale compito, le era stato chiesto di andare a riempire un secchio d’acqua.
A questo punto, però, la ricostruzione della vicenda non è concorde tra la ricorrente ed il superiore che le ha fatto rapporto: mentre la prima sostiene di aver chiesto al superiore di approfittare della circostanza per chiedere ad un collega se poteva sostituirla nelle pulizie, circostanza che poi non si verificava per l’indisponibilità del collega, il sergente afferma che nessun permesso gli era stato chiesto e che la donna si era ripresentata con il secchio pieno dopo molto tempo, a lavoro praticamente terminato.
Successivamente, durante il procedimento disciplinare, le veniva richiesto di presentare le sue giustificazioni, ma tale proposta veniva seccamente rifiutata poiché la soldatessa desiderava che prima fossero sentiti i testimoni della vicenda da lei indicati.
Il Comandante di compagnia titolare del potere istruttorio oltre che punitivo, però,  non accoglieva tale richiesta e, preso atto della mancanza di giustificazioni, irrogava la relativa sanzione disciplinare impugnata.

Il ricorso dinnanzi al TAR

Tre i motivi di ricorso addotti dalla ricorrente: il primo contesta la genericità del rapporto inviato dal sergente al comandante di compagnia, poiché non sarebbe stato ivi descritto con sufficiente precisione la condotta contestata e le norme violate. Tale vizio si sarebbe, poi, riverberato nella motivazione della sanzione nella quale oltretutto si fa riferimento al fatto che la ricorrente non avrebbe fornito giustificazioni della sua condotta, mentre al rientro aveva spiegato al sergente che durante l’assenza aveva anche cercato un collega che la sostituisse. Il secondo motivo censura l’indisponibilità del comandante di reparto di assumere le testimonianze dei presenti all’accaduto, circostanza che aveva reso impossibile predisporre una valida difesa. Il terzo porta a sostegno la tesi della violazione del principio di proporzionalità dal momento che un militare dalla condotta fino ad allora irreprensibile, poteva essere punito più lievemente per una condotta non certo grave.
Il TAR con la sentenza n° 900/2016, decide sul punto, analizzando i singoli capi: secondo i giudici, infatti, il primo motivo non è fondato, poiché la relazione del sergente illustra in modo esauriente quale sia stata la condotta della ricorrente; lo stesso può affermarsi per la motivazione dell’atto punitivo che non solo descrive la condotta, ma indica quali sono i doveri violati e le norme che li contemplano. La medesima sorte capita al secondo motivo, poiché la legge non pone come obbligatoria l’assunzione delle informazioni testimoniali e peraltro ne prevede l’acquisizione dopo le giustificazioni dell’incolpato.
Non avendo la ricorrente voluto rendere le giustificazioni se non dopo l’audizione dei testimoni da lei indicati, ciò ha in qualche modo giustificato la condotta omissiva del suo comandante. E’ evidente che solo dopo aver conosciuto la versione dell’incolpato è possibile stabilire quali eventuali testimonianze possano aiutare a far luce sulla vicenda.

La sentenza del TAR

Ma il Collegio, stravolge completamente il proprio orientamento sin a quel momento adottato, ritenendo fondato il terzo motivo, accogliendo il ricorso ed annullando il provvedimento disciplinare impugnato. L’episodio, infatti, secondo i giudici, si presenta di modesto rilievo che poteva essere sanzionato senz’altro con una sanzione più lieve, tenuto conto che fino ad allora la condotta della ricorrente non aveva mai dato adito a rilievi.
D’ora in poi, forse, in quella caserma, si presterà maggiore attenzione a rispettare le posizioni ed i ruoli reciproci, senza invadere eccessivamente la sfera dei diritti e doveri altrui. Secchi a parte.

Mariano Fergola

 

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