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Vendita di semi di cannabis su Facebook: è istigazione a delinquere

Nell’attuale situazione italiana in cui la legalizzazione della cannabis è rimasta una legge ferma in Parlamento, nonostante la dura lotta di cui si è fatto portavoce il leader radicale Marco Cappato, la giurisprudenza di merito e di legittimità tende ad adottare un orientamento volto a contrastare la coltivazione e commercializzazione della marijuana.

A fronte delle numerose sentenze sul tema della coltivazione della cannabis, su cui da ultimo si è pronunciata anche la Corte Costituzionale nel 2016, sancendone una tendenziale illiceità, la Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza della sesta sezione penale n. 196 dell’8 gennaio 2018, si è pronunciata su una diversa questione: la pubblicità a mezzo Facebook della vendita di semi di cannabis.

L’imputato si era reso responsabile della condotta di pubblicizzazione sul web, a mezzo del social network Facebook, di semi di cannabis, da cui ancora non erano nate le piante di marijuana, venduti insieme a depliant illustrativi e a tutta l’attrezzatura occorrente per la loro coltivazione.

Il reato contestato era quello di violazione dell’art. 414, terzo comma cod. pen. che punisce l’istigazione a delinquere. Infatti, pur non potendosi parlare di una vera e propria istigazione all’uso di sostanze stupefacenti (reato punito all’art. 82 d.P.R. n. 309 del 1990), sussisterebbe comunque una istigazione alla coltivazione di sostanze stupefacenti, ovvero l’istigazione al compimento di un’attività comunque di per sè illecita in base alla più consolidata e recente giurisprudenza.

Dunque, per la Corte, l’offerta in vendita di semi di piante dalle quali è ricavabile una sostanza drogante, accompagnata peraltro da precise indicazioni botaniche sulla coltivazione delle stesse, integra un illecito sanzionato penalmente in quanto condotta volta ad istigare a delinquere, tanto più in virtù dell’ampia diffusione della pubblicità a mezzo Facebook. La Corte ha infatti ravvisato il requisito della pubblicità della condotta dato che la stessa è stata tenuta “con il mezzo della stampa o altro mezzo di propaganda” e cioè attraverso strumenti informatici di comunicazione e diffusione quali Facebook.

Dichiarando inammissibile il ricorso dell’imputato, la Corte ha dunque confermato l’illiceità della condotta di pubblicizzazione della vendita  di semi di cannabis, confermando l’ordinanza di sequestro e ribadendo il pugno duro nella lotta alle sostanze stupefacenti.

Martina Scarabotta

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