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“Verità putativa”, tra diffamazione e diritto di cronaca

Il contrasto tra diversi diritti e libertà, talvolta, non permette di arrivare ad un adeguato bilanciamento senza danni. E la questione si pone soprattutto in tema di libertà di espressione, la quale, pur tutelata dalla Costituzione, presenta oggi confini talmente labili da “attirare” l’applicazione di norme penali. Con particolare riguardo al discusso diritto di cronaca, la Cassazione con la sentenza n° 20617 del 2016 si occupa della “verità putativa”, in grado di escludere il reato di diffamazione.

Non c’è diffamazione in caso di “verità putativa”. E’ questo in estrema sintesi il principio di diritto che la Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione afferma con la sentenza n° 20617/2016. Si affronta nuovamente il tema del difficile rapporto tra libertà di espressione (nella “specie” di diritto di cronaca) e tutela della dignità ed onore della persona, protette in primo luogo dalle norme del Codice penale.

La questione

La vicenda ha origine quasi 10 anni fa, e precisamente nel 2007, quando una richiesta di risarcimento danni viene indirizzata al Tribunale di Milano da Norberto Natali, anche in rappresentanza del partito “Iniziativa Comunista”. L’illecito, secondo il ricorrente, sarebbe stato rappresentato dall’accostamento della sua persona, all’interno di un articolo pubblicato su “Panorama”,  alla tristemente nota organizzazione terroristica “Brigate Rosse”, protagonista dei famigerati “anni di piombo” in Italia.

In realtà, il Natali era  stato coinvolto in un procedimento penale  per associazione sovversiva- oltre ad essere stato destinatario di una misura di custodia cautelare in carcere- nel quale però era emersa immediatamente  la sua estraneità ai fatti cointestati.

“Verità putativa”: le precisazioni della Suprema Corte

In virtù del rigetto della richiesta risarcitoria in entrambi i primi gradi di giudizio, il ricorrente chiama in causa la Cassazione. Si sottolineava in particolare il fatto che l’articolo su “Panorama” avesse una chiara natura illecita, in quanto integrante gli estremi del reato di diffamazione di cui all’art. 595 c.p. Il vero punto dolente è rappresentato dalla ricorrenza- contestata- di uno dei parametri ,ormai riconosciuti in via consolidata,  in grado di escludere forme di responsabilità penale (sul piano della pena) in punto di esercizio di diritto di cronaca, e cioè la “verità”.

Come è noto, a partire dal 1983, e per ovviare alle difficoltà in campo giornalistico nel richiedere la ricorrenza della verità “oggettiva” (la diretta conoscenza dei fatti divulgati), la stessa Cassazione a Sezioni Unite aveva proceduto ad una ridefinizione di tale parametro, in base alla quale sarebbe andato esente da pena il giornalista che pubblicasse una notizia non vera, in virtù di un errore “scusabile”. In parole povere, laddove la divulgazione della notizia fosse stata preceduta da un  lavoro di verifica attento e scrupoloso- e quindi provata la buona fede del giornalista- la pena prevista per il reato di diffamazione non avrebbe potuto trovare applicazione. Nasce così la esimente (causa di esclusione di punibilità) della “verità putativa” o “giornalistica”.

Nella sentenza in commento, la Cassazione conferma senza dubbio la valutazione compiuta in precedenza, e cioè la ricorrenza dell’esimente sopra descritta per il caso in questione. A nulla rileverebbe neanche la mancata distinzione che “Panorama” avrebbe dovuto fare, secondo il ricorrente, tra associazione terroristica ed associazione sovversiva (quest’ultimo essendo unicamente il titolo di reato per il quale il Natali era pur sempre stato coinvolto in un procedimento penale). “La distinzione, pur lamentata, in punto di esatta qualificazione giuridica dei fatti contestati – precisa la Corte – sfugge  al linguaggio comune ed alla comune comprensione, ben potendo, in una lettura dei fatti non professionalmente qualificata, essere definito e ritenuto terrorista colui che si riprometta di abbattere con atti violenti il governo dello Stato”.

E’ anche vero però che la Cassazione provvede ad una sorta di conferma “parziale”. Senza dubbio viene  cioè nuovamente ribadita la sussistenza della “verità putativa”,  in virtù di una “puntuale analisi e valutazione” del giudice di secondo grado, “anche alla luce della necessaria contestualizzazione dello scritto rispetto all’epoca in cui venne redatto e della parimenti giustificabile pubblicazione della fotografia della famiglia Natali”. Ma la Cassazione, nell’affermare inoltre l’assenza di un qualsiasi  vizio logico-giuridico, sottolinea come un accertamento di tal genere non possa che essere prerogativa esclusiva del giudice di merito per cui, se la pronuncia di quest’ultimo – come in questo caso- è correttamente motivata sul punto, la stessa sarà da considerarsi non sindacabile in sede di legittimità.

Una tutela sempre più difficile

Anche se la sentenza 20617/2016 non affronta esclusivamente nel merito i problemi relativi agli esatti confini della “verità putativa”, nel ribadire “l’attualità” di tale esimente evidenzia la perdurante necessità di assicurare un corretto esercizio del diritto di cronaca . La Suprema Corte tra l’altro non è la prima volta che interviene in un ambito così delicato. E’ alla stessa che si deve, sempre negli anni 80 del secolo scorso, l’individuazione dei caratteri di continenza, pertinenza e verità, in presenza dei quali è da escludersi una rilevanza penale dell’attività giornalistica; una giurisprudenza, questa, che si affianca ad altra che ha affrontato questioni analoghe ed altrettanto spinose, come quella della responsabilità del direttore di giornale, per lungo tempo costruita come responsabilità “oggettiva” o “da posizione”, in chiaro dispregio dei dettami costituzionali.

Se però, guardando alla situazione attuale ed alla facilità con la quale, soprattutto sul web, è possibile ledere l’onore e la reputazione altrui, è anche vero che una tale situazione di “emergenza” non giustifica un controllo talmente repressivo da annullare l’esercizio di un diritto, quello di cronaca, che rimane lo strumento essenziale per assicurare a sua volta il diritto ad essere informati, costituzionalmente presidiato.

Antonio Cimminiello

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