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Vietato l’uso del cellulare nelle battute di caccia al cinghiale

Il TAR dell’Emilia Romagna respinge il ricorso presentato dalla Federcaccia Ravenna sull’uso del cellulare durante le battute di caccia al cinghiale. Le doppiette sono pronte a protestare.

Ci saremmo potuti aspettare di tutto dall’apparato burocratico ma avremmo mai immaginato che una battuta di caccia al cinghiale potesse essere paragonata ad una lezione in classe dove gli alunni devono tenere spenti i cellulari? Probabilmente la nostra immaginazione non sarebbe arrivata a tal punto. Ebbene, a tutto ciò ci ha pensato il TAR di Bologna che nella sentenza n. 791/2016 ha rigettato il ricorso presentato dalla Federcaccia Ravenna contro la norma del calendario venatorio dell’Emilia Romagna che prevede il divieto dell’utilizzo dei cellulari durante le battute di caccia al cinghiale.

Il ricorso della Federcaccia Ravenna.

cacciatori caccia al cinghiale

Oggetto del ricorso è stato l’articolo 13, comma 4, del calendario venatorio dell’Emilia Romagna 2016-2017 laddove vieta “l’impiego di strumenti di comunicazione radio o telefonica nell’esercizio dell’azione di caccia” facendovi ricomprendere, quindi, anche l’uso del cellulare per i cacciatori durante le battute di caccia al cinghiale.

Tale disposizione aveva da subito allarmato la Fidc ravennate che era intervenuta proponendo ricorso e sostenendo una falsa applicazione dell’articolo 21 della legge n. 157/1992 che impone il divieto sull’uso di richiami acustici durante le battute di caccia.

fidc

Secondo la ricostruzione dei ricorrenti, vietare aprioristicamente l’uso dei cellulari durante le battute di caccia significava dar vita ad un vero e proprio “processo all’intenzione”. Come ribadito ufficialmente dalla Fidc ravennate sul proprio sito internet, infatti, «si può essere d’accordo o meno, si può disquisire sugli aspetti scorretti dei quali il telefonino è stato ed è  oggetto d’uso improprio ai fini venatori, ovviamente e giustamente sanzionabili, ma la definizione molto generica di divieto di impiego di strumenti di comunicazione radio o telefonica nell’esercizio dell’azione di caccia, riportata dal calendario venatorio regionale, interferisce con chiara evidenza con la privacy e il diritto di libertà della persona.» Insomma, per le doppiette la questione era molto chiara: quella disposizione era troppo generica e dava per scontato che i cacciatori utilizzassero il telefonino solo come strumento di richiamo e non per comunicare con i propri familiari ledendo così il loro diritto alla privacy.

Per il Tar di Bologna è un “no”.

caccia-al-cinghiale-tarI giudici non si sono lasciati influenzare dal pressing mediatico del momento e non hanno dato peso alle argomentazioni sostenute dall’Avv. Fanelli (legale della Fidc ravennate). Da lì il rigetto del ricorso della Fidc ravennate con condanna al pagamento delle spese del procedimento.

Vale la pena menzionare il passaggio-chiave del provvedimento. Nella parte delle motivazioni si legge «gli strumenti di comunicazione radio-telefonici possono essere utilizzati dai cacciatori per agevolare la ricerca della fauna selvatica e per azioni di caccia congiunta. Anche quando è stata ammessa la caccia in forma collettiva al cinghiale, l’uso degli strumenti di comunicazione è stato consentito limitatamente al momento organizzativo dell’azione di caccia o per garantire l’incolumità delle persone, rimanendo comunque vietato durante l’esercizio della caccia. Il divieto non vuole limitare il diritto di comunicazione, non è imposto per qualsivoglia motivo, anche solo per riferire ad un proprio familiare o amico un semplice ritardo, come affermato dall’associazione ricorrente, ma nel momento in cui il cacciatore sta esercitando la sua attività venatoria».

Secondo il TAR, quindi, il divieto è  legittimo: non si impedisce a priori l’uso del cellulare, semplicemente si vuole limitare il suo utilizzo durante le battute di caccia al cinghiale. Il cacciatore potrà benissimo utilizzarlo, invece, per parlare con i suoi familiari per esempio.

La reazione dei cacciatori.

La sentenza emessa ha suscitato non poche perplessità e malcontento. Il Presidente della Federcaccia ravennate, Dante Gianstefani, ha dichiarato ufficialmente «Mi sembra che non si tratti di una sentenza basata su parametri giuridici ma su ragioni politiche»; insieme a lui altre associazioni a mezzo del loro Presidente, tra le quali Libera Caccia rappresentata da Nevio Canaletti, si sono dichiarate disposte a stare un anno senza caccia «Voglio vedere quando non entreranno nelle casse tutti i soldi che paghiamo. Fra licenza di caccia, assicurazione, tasse governative e regionali spendiamo annualmente non meno di 600 euro a testa». Non sono mancati i supporti della Lega Nord e del Pri di Ravenna che è pronto a sostenere una raccolta di firme per il ricorso al Consiglio di Stato. E a noi non resta che attendere per vedere il secondo tempo di questa partita che vede da un lato schierati i difensori del diritto alla privacy dei cacciatori e dall’altro la tutela degli animali.

Il dubbio resta ed è più atroce che mai.

punto-interrogativo

Una domanda, però, sorge spontanea…e la sentenza del Tar non si è pronunciata su tale argomento: come è possibile stabilire se durante una battuta di caccia il cacciatore usa il cellulare per chiamare i familiari o per emettere dei suoni di richiamo?  Immaginiamo per un  attimo di essere una guardia venatoria. Facciamo il nostro giro di perlustrazione nel bosco e vediamo un cacciatore col cellulare in mano. Cosa facciamo? Andiamo da lui contestandogli che usava il cellulare per attirare gli animali…lui negherà dicendo che era al telefono con la moglie. Noi non gli crediamo: cosa possiamo fare? Sequestriamo il cellulare? Lo mettiamo sotto intercettazione? Chiamiamo la moglie per sentir confermata la tesi del cacciatore? E se il cacciatore in realtà era al telefono con l’amante ma non voleva raccontare la sua vita sentimentale ad un perfetto estraneo? Ai posteri l’ardua sentenza.

Rosa d’Aniello

 

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