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Vigile, niente pausa se c’è traffico

La Corte di Cassazione sezione Lavoro, con la sentenza n. 20966 del 17 ottobre 2016, ha confermato la decisione dei giudici di merito sfavorevole per un vigile urbano di Roma, affermando la regola per cui se c’è traffico i vigili non  possono fare pause.

Nel caso de quo, il vigile era stato sospeso e gli era stata tolta una giornata di paga perché intento a leggere un quotidiano durante il turno di lavoro. Perde l’appello e fa ricorso in Cassazione, ma le sue ragioni non sono state accolte dalla corte di legittimità.

L’impugnazione della sentenza rispetto alla quale il vigile romano, particolarmente affezionato al suo posto non ha voluto arrendersi verteva su quattro punti.

In particolare, secondo il ricorrente non si era argomentato a sufficienza sulle motivazioni in merito a quella che è stata vissuta dal povero vigile come una disparità di trattamento riservatagli dalla pubblica amministrazione. I giudici avrebbero affermato che non esiste un principio di parità di trattamento nel caso di provvedimenti disciplinari comminati ai dipendenti che si prendono, in base a quanto stabilito dal Decreto Legislativo 8 aprile 2003, n. 66, un necessario momento di pausa. Le necessità delle pause devono infatti essere valutate in base alle specifiche esigenze del caso concreto e, nello specifico incarico di vigile urbano, le esigenze di pausa possono sopperire alle esigenze del traffico. Nessuna disparità di trattamento dunque nei confronti di altri colleghi, rei di essersi, a detta del ricorrente, macchiati della stessa colpa.

Per il ricorrente, inoltre, la pronuncia della Corte avrebbe implicitamente negato anche quanto stabilito dall’art 8 del d.lgs. 8 aprile 2003, n. 66, ovvero il diritto alla pausa per recuperare le forze, specie in virtù del peculiare stato di salute del ricorrente risultante da certificazione medica in cui si attestava una “limitazione al mantenimento della stazione eretta per lunghi periodi”.

Con il quarto motivo infine il vigile ha denunciato l’eccessività della sanzione derivante dall’assenza di conseguenze per il servizio, visto che l’ingorgo era già presente e nulla avrebbe potuto fare con la sua presenza.

Tutti i motivi addotti dal ricorrente però, esaminati nel loro insieme, sono stati rigettati dalla Cassazione che ha affermato che tutti e quattro i motivi di censura risultano inammissibili.

Secondo la Corte infatti, sostanzialmente il ricorso si risolve nell’affermazione di un forte dissenso rispetto alle carenze motivazionali su quanto stabilito dal giudice e dalla corte di appello nelle loro deduzioni sugli elementi probatori, ma nel merito non viene ravvisata alcuna scorrettezza giuridica sugli stessi elementi oggetto del processo.

Nello specifico la Cassazione ritiene che tale ricorso cerca solo di screditare, in sintesi, la decisione presa, in concreto, dall’Amministrazione datrice di lavoro di sanzionare il vigile, quindi, viene posta in discussione insieme alle modalità di esercizio di un potere che è discrezionale e riservato agli organi disciplinari competenti. Ma ciò non oscura gli elementi di gravità del comportamento che il vigile stesso ha tenuto e che è oggetto indiscutibile nel procedimento.

La Cassazione conclude per tanto che il ricorso deve essere respinto nella sua totalità, con conferma della sospensione del povero vigile che voleva semplicemente un momento di pausa.

Martina Scarabotta

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