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Violenza politica, l’antagonismo giovanile non salva dai domiciliari

 

Violenza politica, l’antagonismo giovanile non salva dai domiciliari

La revoca degli arresti domiciliari per un indagato per “rissa aggravata” e “percosse” non può essere disposta in nome del «tollerabile antagonismo politico giovanile». Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con sentenza 1° dicembre 2016 n. 51276.

Tutto parte dall’ordinanza del 25 Maggio 2016, con la quale Tribunale di Bologna, annullava l’ordinanza del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Rimini che aveva disposto la misura cautelare nei confronti dell’indagato, ritenendo che non sussistessero esigenze di cautela.

Il fatto

La vicenda nasceva da una rissa scoppiata nel 2014 presso la discoteca Rio Grande di Rimini fra un gruppo di estrema sinistra, i “Collettivi autorganizzati Rimini” ed uno di estrema destra, il “Bellaria Skinheads”, nel corso della quale alcuni dei partecipanti avevano riportato lesioni personali.
Il giovane, di sinistra, era anche indagato per il delitto di percosse ai danni di un avversario politico di destra e per danneggiamento dell’auto del segretario del movimento “Forza nuova”. Il tribunale di Bologna, pur confermando i gravi indizi di reato, aveva però concluso per l’insussistenza delle esigenze di cautela «individuate dal Gip nella matrice politica dei fatti», dal momento che «erano trascorsi oltre due anni» e che gli indagati erano di giovane età, incensurati e che «un solo, pur grave, episodio non consentiva di affermare, in assenza di concrete successive recidive, l’attualità del pericolo di reiterazione della condotta».

Il ricorso del Pubblico Ministero

Il Procuratore, però, ha ravvisato un difetto di motivazione «in quanto i requisiti della attualità e della concretezza del pericolo di reiterazione delle condotte dovevano essere contestualmente esaminati». Se infatti la concretezza del pericolo «dipendeva dalle ragioni, politiche, del reato, il permanente inserimento dei due indagati in quel mondo rendeva il pericolo anche attuale».
Peraltro, a rafforzare maggiormente la teoria del magistrato, è stato l’aver reperito nell’abitazione del giovane sovversivo, armi bianche ed un opuscolo in cui, attaccando le forze dell’ordine, si consigliavano metodi per eluderne i controlli.
Infine, il Procuratore sosteneva che il Tribunale avesse errato nell’affermare che i successivi atti di violenza, per poter essere considerati significativi di un pericolo di recidiva, avrebbero dovuto travalicare il tollerabile antagonismo giovanile, così creando un criterio di valutazione, o una causa di giustificazione, non previsti dalla legge.

La Corte di Cassazione

La parola, quindi, passa alla Suprema Corte, secondo la quale il Tribunale «non aveva adeguatamente valutato il fatto, sottolineato dal Gip nell’impugnata ordinanza, che l’indagato aveva preso parte a numerose manifestazioni politiche (o sportive ma con connotazione politica), durante tutto il 2014, tutto il 2015 ed i primi mesi del 2016, nel corso delle quali si erano verificati episodi di violenza collettiva che avevano determinato la segnalazione di alcuni giovani», fra i quali, appunto, il protagonista della nostra storia.
Un dato, prosegue la sentenza, che «non può essere superato dall’affermazione che l’indagato non avrebbe travalicato il “tollerabile antagonismo politico giovanile” perché tale limite di “tollerabilità” non trova alcun fondamento normativo o interpretativo». Non solo, conclude sul punto, «l’avere così motivato lascia intendere che una qualche forma di adesione agli episodi di violenza vi sia stata». Per i giudici, vi è dunque un «evidente» difetto di motivazione ed il giudice del rinvio dovrà anche «valutare se il ritrovamento di materiale cartaceo e di un’arma bianca» nell’abitazione dell’indagato «siano anch’essi indici rivelatori di un pericolo concreto ed attuale di reiterazione dei fatti».
Da questa sentenza e dal ragionamento formulato dai giudici della Suprema Corte, appare evidente che accogliendo il ricorso del Procuratore della Repubblica di Bologna, si sia voluto alzare il livello di guardia contro l’estremismo politico. Semprechè esista ancora un estremismo nella sua più alta accezione politica e non politicizzata. Agli attivisti, di qualunque sponda, l’ardua sentenza.

Mariano Fergola

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