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Che fine ha fatto il reato di tortura? Sit-in di Antigone davanti a Montecitorio

«L’Italia non può più aspettare», l’introduzione del reato di tortura dev’essere una priorità della nostra politica. È il grido d’allarme dell’associazione Antigone, da sempre impegnata «per i diritti e le garanzie nel sistema penale», che oggi ha organizzato un sit-in davanti l’ingresso di Montecitorio per attirare l’attenzione sul grandissimo ritardo accumulato dal nostro Paese e per chiedere al Presidente del Consiglio Matteo Renzi e al Ministro della Giustizia Andrea Orlando di farsi garanti dell’approvazione del reato di tortura al più presto. «A dicembre saranno 28 anni che l’Italia aspetta l’introduzione del reato di tortura nel proprio codice penale», nonostante abbia ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e si sia impegnata impegnandosi ad inserire questo delitto nella propria legislazione. Si tratta di una carenza più unica che rara, in Europa. Perfino lo Stato di Città del Vaticano, grazie all’intervento di papa Francesco, si è messo in linea con le convenzioni internazionali.

All’inizio di questa legislatura il traguardo sembrava ad un passo. Una proposta di legge a firma del senatore Manconi era stata approvata al Senato nel marzo 2014 e, all’indomani della condanna dell’Italia per le torture nella scuola Diaz da parte della Corte europea per i diritti dell’uomo dell’aprile del 2015, fu la volta del voto della Camera. Si trattava di una proposta di legge che prevedeva l’introduzione nel codice penale degli articoli 613 bis, che avrebbe dovuto tipizzare il delitto di tortura, e 613 ter, che avrebbe dovuto colpire la condotta del pubblico ufficiale che istiga altri alla commissione del fatto. Il testo, però, dopo aver aveva ricevuto alcuni emendamenti che ne hanno ridimensionato la portata, si è infine arenato a Palazzo Madama, dove era stato rispedito per la seconda votazione. La mancata approvazione di questa legge, ha osservato il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella, Introdurre il reato di tortura – sottolinea Patrizio Gonnella, presidente di Antigone – «non è una criminalizzazione delle forze di polizia ma una tutela per chi svolge il suo lavoro nella legalità. Solo con il reato di tortura possiamo identificare le male marce»

Mentre la politica traccheggia – evidenzia l’associazione Antigone – in Italia i casi di tortura restano sostanzialmente impuniti e le vittime senza giustizia: «oltre alla scuola Diaz, anche gli episodi di violenza avvenuti nella caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova del 2001 e le torture avvenute nel carcere di Asti nel 2004 sono attualmente all’attenzione della CEDU che, a breve, si pronuncerà su entrambi. Lo Stato italiano aveva proposto una composizione amichevole, patteggiano le torture per 45.000 a testa per ogni ricorrente, lasciando intendere quanta consapevolezza ci sia, anche da parte del governo, rispetto al fatto che quegli atti si possano qualificare come tortura».

All’iniziativa di Antigone hanno preso parte, fra gli altri, anche Amnesty International, Arci, A Buon diritto, Radicali italiani e l’ Udu.

(Amer)

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